Violenza ostetrica, la sofferenza che sembra normale

Una storia già vista

Era nelle parole di mia madre, di mia suocera, cognata, delle ragazze al corso preparto in attesa del secondo, la tiritera dell’episiotomia, la solfa dei punti, tanti, il non potersi sedere per un paio di mesi. Ma io non mi sarei sottoposta a tutto ciò per tanti motivi.

Nei loro racconti sbiaditi, la sofferenza, i punti, i “cosa vuoi che sia” sembravano lo scotto da pagare per accedere alla beatitudine. Non ho mai fatto caso al peso specifico di quelle parole, alleggerite dal tempo e impolverate dalla vita che corre veloce.

Già al quinto mese stavo valutando l’ipotesi di partorire in casa. Sono arrivata a questa possibilità, grazie al percorso di altre amiche. Ho raccolto informazioni sul servizio ostetrico a domicilio e me ne sono convinta. Ho fatto un colloquio con le ostetriche di una casa maternità qui a Torino e successivamente col servizio messo a disposizione dall’ospedale Sant’Anna. Si! Qui si può fare e la regione, in caso di parto a domicilio con servizio privato, risarcisce una quota (920 euro a fronte dei circa 2500 da esborsare).

Dopo il colloquio al Sant’Anna, è emerso che la mia cisti ovarica di dimensioni non trascurabili doveva essere monitorata e i protocolli ospedalieri non permettevano di accettare donne con le mie caratteristiche. Avrei dovuto optare per il servizio privato, decisamente troppo esoso per le mie tasche.

Ricordo ancora il giorno dell’ecografia di controllo qunado, prima del verdetto di rifiuto del mio caso, avevo una fiducia estrema sul fatto che il mio desiderio sarebbe stato soddisfatto. Sentivo una sorta di tranquillità all’idea di partorire tra le mura domestiche che sembrava già realtà.

Tutto sarebbe iniziato con i prodromi, delle leggere contrazioni distanti che avrei gestito con gli insegnamenti appresi a psicofonia, poi le contrazioni più forti, le immaginavo come dei dolori da mestruazione molto più intensi e poi la gioia estrema. Si, perché come dicono tutti “quando ti mettono tuo figlio sul petto poi dimentichi di ogni dolore”.

Avrei partorito nel mio letto, senza estranei in un momento così intimo. Mi sarei fatta interminabili docce bollenti nel mio bagno per rilassare i muscoli. Avrei avuto a disposizione delle persone di fiducia per accompagnarmi ad accogliere il piccolo che aveva già nove mesi di vita.

Ci conoscevamo bene io e lui. Gli avevo dedicato una canzone, un mantra sikh che cantavo spesso. Lui lo adorava. La sera quando scalciava entravo in meditazione e gli chiedevo di fare la nanna che mamma era stanca. E lui non mancava di ascoltarmi.

Il giorno in cui si è girato non è stato un caso. Ero nella mia stanza, il sole di maggio entrava dalla finestra attraverso le tende bianche. Le ho tirate, ho preso una sedia comoda e mi sono messa le mani sulla pancia. Siamo stati così, assieme, per respirare l’inizio della mia stagione preferita. Il calore inondava la pelle del viso, sentivo dopo ogni respiro i muscoli distendersi.

Al termine ho dirato la sedia riposizionandomi davanti allo schermo del computer, ma sentivo dei movimenti speciali; come un canotto nella pancia che cerca la sua direzione. Stentavo a crederci. Ma le connessioni sono così. Momenti inattesi di empatia spontanea.

La realtà

Il 24 Giugno 2017 ero andata in gita in montagna. Francesco non usciva, faceva caldissimo e mi avevano detto di aiutarlo a capire che era il momento di fare le valige. Camminare, fare l’amore, un pò di yoga, tutte attività funzionali per convincerlo. Non dimenticherò mai questo scatto che ritrae il pancione per l’ultima volta.

Ormai mi ero messa il cuore in pace, avrei partorito in ospedale. Da quel giorno in cui mi dissero che non mi avrebbero accettata per il parto a domicilio presso il servizio pubblico, hanno iniziato a sottopormi a costanti controlli per verificare che la cisti non s’ingrandisse troppo.

Una volta al mese mi toccava aspettare almeno due ore in sala d’attesa con la pancia sempre più prominente, le caviglie gonfie e dure e la difficoltà di stare seduta a causa delle emorroidi. Pare che tutto questo non sia abbastanza per creare un canale prioritario in ospedale e ridurre le attese per visite già programmate.

Mille paure ad ogni controllo

Entrando in ospedale sorridevo a vedere le balene come me, sembravamo dei cetacei in un acquario, ognuno con espressioni e forme diverse. C’erano quelle enormi, robuste dalla testa ai piedi, che quasi non capivi che fossero in attesa. Le mingherline sorrette da due stecchi di gambe, quelle le paragonavo a delle cicogne e mi chiedevo come cavolo riuscissero a tenere quella linea. Io facevo parte delle intermedie, ero cresciuta di circa dodici chili e avevo smesso di pesarmi. Mangiavo sano e andavo a nuoto, senza troppo rinunciare a cose.

Salendo nell’ascensore la mia ansia s’impennava. Chissà se sta andando tutto bene, se cresce, se la cisti rimane tale e quale, se è sano, se si è girato, se mi devono fare il cesareo, se c’è il battito, se le misure rimangono nei canoni.

Mi sedevo nel lettino e trovavo sempre qualcuno di diverso a cui dover raccontare la mia storia. Lo pregavo di rassicurarmi sull’esclusione del cesareo e per il resto rificcavo tutti i miei timori nelle viscere. Povero Francesco, aveva veramente tanti co inquilini.

Le ultime due visite, sono state pressoché inutili, e nel mio intimo lo sapevo. Perché una che si ascolta, qualcosa di sè lo capisce. Ovviamente non parlo a medici o filo razionalisti puri, ma a persone che attribuiscono un peso anche all’esistenza emotiva. Io sapevo. E sapevo che tutto quell’iter non mi stava facendo bene. Ma per pressioni, paura, ignoranza ho continuato.

Il giorno del parto

In un vecchio post recitavo così:

in auto cantavo al ritmo delle timide contrazioni che pensavo di poter gestire. Ero allegra e ottimista. Il parto mi ha fatto conoscere per la prima volta il vero dolore. Dicono che si partorisce quando si pensa di essere vicine alla morte. Si, una parte di me è rimasta lì, in quella sala travaglio“.

Voglio urlare dire al mondo che non è giusto.

Tante cose non sono andate come avrei desiderato. Alcune per ignoranza, altre per mancanza di cultura ostetrica e solidarietà femminile, resa glaciale dal protocollo medico. Partorire così leva dignità alla sacralità del ventre materno e alla naturalezza dell’esistenza.

Entrata al pronto soccorso, hanno accertato le contrazioni e mi hanno detto di salire al quarto piano. Sono arrivata da sola, mentre il mio compagno cercava parcheggio…
Mi hanno visitata, si era rotto il sacco alla sommità e perdevo un liquido rosaceo, erano le 9 di sera. Mi hanno assegnato un letto in una stanza con due donne che avevano già dato alla luce.

Volevo lamentarmi dal dolore, espirare con enfasi, esprimermi in qualche modo, ma avevo paura di disturbare. Le luci della camera erano già spente e il silenzio interrotto da qualche timido miagolio. Mi trascinavo fuori alla ricerca di intimità, poi rientravo e via così. Ecco una finestra. L’aprii e guardai oltre i tetti, le colline erano ancora rischiarate dalla luce estiva. Il verde mi dava sollievo.

Volevo cantare per alleviare il dolore e lo facevo fuori dalla finestra, mi vergognavo. Ancora adesso mi chiedo come si faccia a gestire tutto questo. Vergognarsi, cercare riparo, desiderio di conforto. Non trovavo niente.

Mi consigliarono di farmi docce calde, presi l’asciugamano, mi diressi verso i bagni. Accanto ai water i cestini ricolmi di carte dovevano ancora essere svuotati. Alcuni brandelli incorniciavano la tazza. Mi chinai per orinare, senza toccare la tavoletta. Avevo solo il desiderio di essere a casa con degli occhi sapienti solo per me. Sentivo il bisogno di una guida.

Cercai a lungo una doccia pulita. Alla terza, senza schizzi di sangue, incrostazioni negli angoli o telefono mal funzionante, entrai. C’erano degli sgabelli ikea, mi domandai a cosa servissero. A sedersi. Chissà quante si erano sedute prima di me. Mi veniva da vomitare. Forse avevo mangiato troppo poco prima, o forse no. Pulii, tra una contrazione e l’altra, lo sgabello di plastica con il bagnoschiuma. Mi sedetti e stetti ad ascoltare lo scroscio, la pancia deformarsi e la mia solitudine. Il dolore c’era, ma era ancora sopportabile.

All’una andai dall’ostetrica, provavo dolore, volevo farlo uscire, ma non nella mia stanza a sei letti con pupi e mamme che dormivano.

La ragazza di turno mi fece entrare in sala travaglio. Alle sei la dilatazione si era fermata. Non riuscivo a stare né accovacciata, né seduta sullo sgabello olandese, né ad entrare in vasca, ero troppo debole. Fuori stava scoppiando un temporale tremendo dopo un mese di arsura. L’acqua, quella che bagna, ristora, scroscia e ripulisce. La finestra era aperta. L’ostetrica mi disse che faceva caldo.

Avevo la mia mano in quella del mio compagno, l’ostetrica mi avvertì che mi avrebbe “bucato il sacco da sotto”, perché stavano diminuendo le contrazioni. Assorbii l’informazione. Non sentii nulla al momento.
La contrazione successiva arrivò come un colpo. Un pugno che spinse in avanti mio corpo. Non sapevo di cosa si trattasse, non mi aveva informata delle conseguenza. Ai due corsi pre parto che avevo frequentato, mi era stato detto che c’erano le contrazioni, ma finora cos’erano allora?

Per due ore e quaranta proseguii a urlare a ogni colpo e piagnucolare nella pausa dicendo che avevo paura. Non ce l’avrei fatta. E invece l’ostetrica ventenne, come un allenatore mi diceva di spingere, così nasceva prima. E per due ore ho spinto, urlando e assordando il mio piccolo, oltre al mio compagno.

Violenza ostetrica

Alle otto cambio turno, cambio ostetrica. Arriva questa col sorriso puerile, carina. Una perfetta scolaretta. Continua con la tiritera: spingi così nasce prima.

Ormai avevo il tracciato legato alla pancia che mi premeva contro i muscoli contratti. Dovevano monitorare il cuoricino che pompava alla perfezione. Non potevo girarmi, non riuscivo a respirare. Spingi. Dai che ci siamo.

Ero esausta. Non capivo niente. Intanto il tifone portava via le mie forze, i muscoli si muovevano senza controllo e io distesa, scivolavo verso le staffe.

“Senti Mariaelena”, mi chiamava per nome, mille volte ripeteva il mio nome, forse per farmi sentire a casa…”senti la testolina” diceva invitandomi a toccarmi la vagina. Sentivo poco. Volevo solo finire. Mi passava tutto davanti senza che fossi partecipe. Personale medico, ostetriche, tutti travolti dalle mie urla disumane.

Spingi“. E io con tutte le mie forze spingevo.

Alle 8.41 è nato Francesco, pesava 3850 kg.

“Mariaelena sei felice? E’ nato!”
“Non lo vedo, non lo sento”.
“L’abbiamo portato ad aspirare, arriva subito. Gli abbiamo tagliato subito il cordone”.

Sei felice è nato. Non chiedo nulla. Sto malissimo. I miei muscoli si muovono spasmodicamente costringendomi a movimenti involontari pazzaschi. Chiedo cosa sia. Mi dicono che è normale!

Medici e infermieri sono attorno al mio canale vaginale, valutano il da farsi. La dottoressa mi fa delle punture attorno al perineo. Non ce la faccio più. Sono oltre i limiti. Urlo basta.
“Mariaelena, ti sei  lacerata. Dobbiamo darti dei punti“.

Arriva Francesco e lo danno al papà. Penso che lo voglio io. Devo ancora vederlo ed è già passato tra le braccia di chissà quanti estraei. Me lo passano e lo adagiano sul mio petto. E’ tranquillo, me lo aspettavo proprio così.

Continuano a suturare per un’ora e mezza. Urlo di dolore, non ne posso più. Il momento più magico della vita è andato in frantumi. So che lui percepisce il mio dolore, mi dispiace. Ma cazzo io sto soffrendo come un cane.

Quando hanno finito, Paolo va a bersi un caffè. Scompare per mezz’ora, deve assorbire lo choc. Me ne sto con Francesco e altre quattro persone che mi mettono flebo di sali per idratarmi dopo aver misurato la quantità di sangue perso. Ho avuto un’emorragia, una lacerazione di terzo grado, mi hanno ricostruito parte dello sfintere e canale vaginale. E nella mia testa rimbomba ancora il motto: spingi così nasce prima…

Me lo portano via, senza chiedere, per fargli il bagnetto. Sono felici solo le ostetriche. Francesco piangeva a dirotto e Paolo guardava inerme mentre loro lo incitavano a fare le foto.

Lo volevo con me, stavamo soffrendo. Non c’era necessità del bagnetto in quel momento. Mi sentivo violentata come madre. Non potevo disporre nemmeno del tempo con lui dopo il parto.

Visita prima delle dimissioni

I giorni successivi vengono a controllarmi la ferita. Prima un’ostetrica con un uomo vestito con jeans e polo mi visitano in stanza. Poi escono, rientra l’ostetrica con gli antidolorifici e le pillole di ferro, informandomi che quel tale era il primario.

L’ultimo giorno mi visita il medico che mi ha suturata. Sembrava carina, mi dice che i punti sanno odore e mi prescrive un antibiotico. Le faccio presente che sono in allattamento. Mi dice che non importa.

Sono disperata. Non voglio. Non voglio dargli un latte con dei farmaci. E poi perché? Per i punti che “sanno odore”. In tre giorni non sono mai venuti a medicarmi. Con la doccia ho provato a pulirmi, ma non mi hanno mai disinfettata.

 

Uscita dalla sala parto l’ostetrica mi aveva accompagnata in bagno, non mi reggevo in piedi e avevo bisogno di fare pipì. Fece segno di sedermi sulla tavoletta. Bisbigliai che era sporca di sangue. Prese un copri water di carta e mi disse che non aveva tempo di pulire. Cercai di farla senza sedermi pensando a non infettare la ferita. Non avevo la forza per protestare. Io infondo volevo solo condizioni intime, pulite dove dare alla luce.

A casa

Per una volta ho fatto di testa mia. Una volta a casa mi sono disinfettata la ferita con del detergente apposito diverse volte al giorno con cura e perizia. Non ho preso gli antibiotici. Provavo a capire se i tessuti erano infiammati, solo una parte sembrava leggermente gonfia, ma dopo un paio di giorni quei tessuti si sono sfiammati. Avevo vinto questa battaglia. Avrei dovuto ascoltarmi di più.

Per il mese successivo non riuscivo a tenerlo in fascia o in braccio per più di cinque minuti che una sensazione di pesantezza e calore ai muscoli pelvici s’impossessava del mio spettro percettivo. Non potevo alzarmi, piegarmi, passeggiare…essere in forma per il suo arrivo al mondo. Ero accecata dal dolore e dalla rabbia per la mancanza di cura.

mano nella mano

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